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martedì 8 gennaio 2013




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PAURA DELL’ISLAM
 Il travisamento della cultura islamica

di Roberto Rapaccini

Il blog tratta delle relazioni fra Islam e Occidente.

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La storia mondiale è sempre la storia di come "noi" siamo arrivati a questo dato momento e in questo luogo, per cui la forma della narrazione dipende da chi intendiamo con "noi" e di quale "qui" e "ora" stiamo parlando. La storia del mondo occidentale tradizionalmente presume che il "qui e ora" sia la civiltà democratica industriale (e postindustriale). Negli Stati Uniti esiste un ulteriore assunto, ovvero che la storia mondiale porti alla nascita dei suoi ideali fondanti di libertà e uguaglianza e alla conseguente ascesa del Paese a superpotenza alla guida del pianeta. Questa premessa imprime una direzione alla storia e individua un punto d'arrivo alla fine della strada che stiamo attualmente percorrendo. Ci rende vulnerabili alla supposizione che tutte le persone si stiano muovendo nella stessa direzione, anche se non tutti stanno avanti come noi – o perché sono partiti tardi, o perché si stanno muovendo più lentamente –, ragion per cui chiamiamo quelle nazioni "Paesi in via di sviluppo".  (Tamim Ansary)

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    Le opinioni e i giudizi espressi nei commenti sono esclusivamente riferibili all'autore del      commento stesso. In ogni caso non sono ammesse frasi diffamatorie, offensive o ingiuriose.





domenica 5 agosto 2012

3. AL JAZEERA


L’emittente televisiva Al Jazeera fu voluta, creata e finanziata dall’Emiro del Qatar con l’intento di elevare il suo Stato, irrilevante da un punto di vista politico a principale centro culturale della regione araba. L’emittente è stata lanciata nel 1996 in lingua araba, mentre dal 2005 trasmette anche in lingua inglese. Già dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale l’attività giornalistica si sviluppò anche nei Paesi arabi; la mancanza di democrazia e il carattere confessionale della maggior parte degli Stati arabi impedì tuttavia l’affermarsi di una piena libertà di stampa. Al contrario, Al Jazeera ha voluto promuovere uno stile giornalistico di modello occidentale dal punto di vista organizzativo ed editoriale, nell’impaginazione e presentazione dei servizi, nel coinvolgimento di tutte le parti in causa in una questione al fine di realizzare un libero dibattito.  L’Arabia Saudita, da sempre ostile ad Al Jazeera, ha cercato di farle concorrenza creando Al Arabiya, una televisione di lingua araba che ha cercato di imitare i format e l’impostazione di Al Jazeera, senza tuttavia riscuotere particolare successo.ROBERTO RAPACCINI

martedì 31 luglio 2012

2. DAHSHA, LA WIKIPEDIA DEL MONDO ARABO

Anche il mondo arabo da alcuni mesi ha la sua enciclopedia multimediale on-line. Si tratta di Dahsha (www.dahsha.com), la Wikipedia rivolta solo ad utenti di lingua araba. La caratteristica di Dahsha non è solo quella di utilizzare esclusivamente la lingua araba. In proposito, anche Wikipedia contiene voci scritte in questo idioma. Dahsha si propone come strumento di valorizzazione e diffusione della cultura araba ed islamica. Come Wikipedia, anche Dahsha si avvale della collaborazione di volontari che pubblicano in rete approfondimenti su un’ampia varietà di argomenti o specifici del mondo arabo-islamico o osservati da quel punto di vista. Tuttavia rispetto a Wikipedia presenta alcune differenze. Innanzi tutto è più semplice e più sviluppata la possibilità di caricare files audio e video; l’aspetto negativo è l’estrema difficoltà nel modificare o correggere i contenuti già pubblicati, che potranno solo essere commentati. Un blogger tunisino fa notare che l’enciclopedia dispone di una biblioteca che raccoglie 60.000 pubblicazioni, tutte organizzate in base al settore di appartenenza al fine di facilitarne la consultazione. Dahsha si propone anche come strumento complementare e di integrazione di Wikipedia, in quanto approfondisce temi trascurati dal più famoso portale del mondo   occidentale.      ROBERTO RAPACCINI

domenica 29 luglio 2012

1. LA QUESTIONE DEL VELO ISLAMICO

Recenti fatti hanno reso di nuovo attuale la questione dell’uso nei Paesi occidentali da parte delle donne musulmane del loro abbigliamento tipico, genericamente indicato con l’espressione velo islamico.  Infatti, in una riunione dei primi di luglio la Federazione Internazionale Calcistica (FIFA) ha stabilito che le calciatrici fedeli dell’Islam potranno usare in campo, in quanto simbolo culturale, il loro tradizionale velo o foulard, vietato in passato in quanto estraneo alla tipica uniforme calcistica. Inoltre con il Ramadan inizieranno in Egitto  le trasmissioni del canale televisivo  ‘Maria tv’ (il nome del canale fa riferimento a Maria la copta, la moglie egiziana del profeta Maometto), dedicato esclusivamente alle donne con il velo integrale; il proprietario dell’emittente televisiva ha spiegato che l’idea è nata dalla constatazione della discriminazione di cui sono vittime le donne che indossano il niqab. Da tempo in alcuni Paesi europei si è posta la questione della compatibilità di tale abbigliamento con i rispettivi ordinamenti giuridici in quanto le alcune tipologie di velo islamico travisano o possono travisare il volto non rendendolo riconoscibile.  Con il termine burqa si intendono due tipi di abbigliamento: il primo è un telo, che copre l'intera testa permettendo alla donna di vedere solo attraverso un’apertura all'altezza degli occhi. L’altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, solitamente di colore blu, copre sia la testa sia il corpo; all'altezza degli occhi può anche essere posta una retina che permette di vedere senza scoprire gli occhi della donna; è diffuso principalmente in Afghanistan.  Lo chador è un indumento tradizionale originario dell'Iran simile ad una mantella ed è un velo indossato dalle donne quando devono comparire in pubblico; ricopre il capo e le spalle, ma lascia scoperto il viso, tenuto chiuso sotto il mento ad incorniciare il volto; oltre che in Iran è molto diffuso in  Medio Oriente. Il tessuto può essere chiaro o con fantasie stampate; tuttavia in Iran le autorità religiose consigliano che il velo sia scuro. Il niqab è un tipo di velo che copre la figura della donna lasciando scoperti solo gli occhi. Si compone in due parti: la prima è formata da un fazzoletto di stoffa leggero che viene collocato al di sotto degli occhi a coprire naso e bocca, legato al di sopra delle orecchie, mentre la seconda parte è formata da un pezzo di stoffa molto più ampio del primo, che nasconde i capelli e buona parte del busto;  è molto usato dalle donne saudite. È di colore nero. Esistono poi varianti locali, come il niqab yemenita, che differiscono di poco dal modello ‘base’. L' hijab, diffuso soprattutto in Egitto, copre solo i capelli. Ognuna di queste tipologie di abbigliamento è fortemente legata all'area di appartenenza geografica della donna e ne riflette la cultura, oltre all'aspetto puramente religioso. Più in dettaglio l'obbligo di indossare le specifiche tipologie di velo appare conseguenza di tradizioni locali, indipendenti dalle prescrizioni religiose dell'Islam; le norme coraniche sembrano prescrivere semplicemente un generico obbligo di indossare il velo, soprattutto in occasione della preghiera rituale, senza specificazioni ulteriori. Storicamente, l’hijab non ha mai rappresentato un dogma nell'islam, un’obbligazione giuridica o un simbolo religioso. Il velo assume oggi il significato di una rivendicazione di un'identità culturale. Chi lo indossa, soprattutto in occidente, lo fa per coercizione, per condizionamento, per rivendicazione o per libera scelta. Sembra l’esito di conflitti culturali irrisolti: il conflitto fra islam e occidente, il conflitto dell'islam con se stesso, il conflitto fra diritto e cultura. Il problema della compatibilità di questo abbigliamento con gli usi occidentali non è di natura estetica, ma si tratta di una questione giuridica, in quanto il travisamento che risulta dall'uso di questo abbigliamento, può essere contrario all'ordine pubblico, in quanto, oltre ad impedire la riconoscibilità della persona, può costituire uno strumento per l'occultamento di materiale esplodente, armi o, in ogni caso, oggetti o sostanze non consentiti. In proposito, per quanto riguarda la legislazione italiana l'art. 2 della Legge 8/8/1977 così recita: “L’art. 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, è sostituito dal seguente: è vietato l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. E' in ogni caso vietato l'uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino”.   Pertanto, il travisamento può essere consentito solo per giustificati motivi. Ad esempio, il casco per i motociclisti o le protezioni per determinate attività pericolose sono fuori dalla portata dell'applicazione delle norme in quanto finalizzate al prevalente interesse della salute.  In concreto, ci si chiede se la matrice religiosa o culturale possa costituire un giustificato motivo, ovvero, se sia prevalente l'interesse individuale al rispetto delle manifestazioni esteriori del proprio credo religioso o di tradizioni culturali sulle esigenze di sicurezza e di ordine pubblico della collettività. Nel Parlamento italiano è in atto un dibattito molto vivace sulla possibile introduzione  del di­vie­to di indos­sa­re in pub­bli­co veli in­te­gra­li, equiparandoli agli altri strumenti di travisamento; è stato proposto inoltre di introdurre nel Co­di­ce Pe­na­le il rea­to di costrizione all’occultamento del vol­to nel caso in cui il velo integrale non sia una li­be­ra scel­ta del­la don­na. La materia è già disciplinata dalla legge  in Fran­cia e Bel­gio. in Francia in particolare è stata votata una legge che proibisce di indossare segni religiosi nelle scuole pubbliche. La norma è stata criticata in quanto è ispirata da un principio di libertà che si traduce in un rifiuto della libertà delle singole persone. Il divieto non si limita al velo islamico ma riguarda anche le croci cristiane di una certa dimensione, la kippah ebraica, il turbante dei sikh e, secondo il ministro dell´istruzione, Luc Ferry, una certa pelosità, ovvero la barba lasciata crescere secondo alcune prescrizioni del diritto musulmano. E' evidente che la questione non va risolta in base a mere valutazioni di   ordine tecnico-giuridico, ma deve essere valutata nel più ampio contesto dei complessi rapporti fra Islam e Occidente.  Roberto Rapaccini